Il Parlamento Europeo approva nuovo pacchetto Omnibus che riduce oneri e regole per le PMI in ambito CSRD e CSDDD
unicazione sostenibile.
Negli ultimi anni la sostenibilità è entrata nelle imprese europee soprattutto attraverso la porta della regolazione. Direttive, standard, obblighi di rendicontazione e due diligence hanno imposto un’accelerazione necessaria, ma spesso percepita come complessa, onerosa e poco proporzionata, soprattutto per le imprese di dimensioni medio-piccole.
Con l’accordo raggiunto tra Consiglio e Parlamento europeo nell’ambito del pacchetto Omnibus, qualcosa cambia non solo per chi sarà obbligato o meno a rendicontare, ma più in generale per come l’Europa intende oggi accompagnare la transizione sostenibile del proprio sistema produttivo.
CSRD e CSDDD: cosa cambia davvero
L’intesa conferma una linea chiara: semplificare, alzare le soglie e ridurre l’effetto “a cascata” sugli attori più piccoli della filiera.
Per la CSRD, l’obbligo di rendicontazione della sostenibilità viene ristretto alle grandi imprese con più di 1.000 dipendenti e oltre 450 milioni di euro di fatturato annuo. Per le aziende che avevano già iniziato a rendicontare dal 2024 ma che ora escono dal perimetro, è prevista una fase transitoria.
Per la CSDDD, la soglia sale ulteriormente: solo le imprese con oltre 5.000 dipendenti e 1,5 miliardi di euro di fatturato saranno tenute a svolgere attività strutturate di due diligence sugli impatti negativi lungo la catena del valore.
La scelta politica è esplicita: concentrare gli obblighi su chi ha maggiore impatto sistemico e maggiore capacità organizzativa e finanziaria.
VSME e Value Chain Cap: proporzionalità e coerenza nella filiera
In questo nuovo contesto, in cui molte imprese non sono più soggette a obblighi diretti ma continuano a ricevere richieste ESG da banche, clienti e partner commerciali, assume rilievo lo standard VSME, sviluppato dall’EFRAG su mandato della Commissione europea. Pensato come strumento volontario e semplificato, il VSME offre alle PMI e alle imprese escluse dalla CSRD un linguaggio comune per comunicare informazioni ESG essenziali, senza replicare la complessità degli standard applicabili alle grandi aziende. La sua funzione è principalmente pratica: consentire una gestione ordinata, coerente e credibile delle richieste esterne, evitando frammentazioni e oneri sproporzionati.
Accanto a questo standard, il pacchetto Omnibus introduce il Value Chain Cap, un principio che limita le richieste informative lungo la filiera. Le imprese soggette alla CSRD non possono richiedere ai fornitori e ai partner commerciali non obbligati informazioni ESG che vadano oltre quanto previsto dal VSME. In questo modo si tutela l’equilibrio tra gli attori della catena del valore, rafforzando coerenza, prevedibilità e proporzionalità nella gestione della sostenibilità.
Cambio di passo su sanzioni, responsabilità e tempi
L’accordo introduce anche maggiore chiarezza sul fronte delle sanzioni, fissando un tetto massimo del 3% del fatturato netto mondiale e rimandando alla Commissione le linee guida applicative.
Viene inoltre eliminato il sistema unico di responsabilità civile armonizzato a livello UE, restituendo agli Stati membri maggiore discrezionalità, pur con una clausola di revisione futura.
Infine, i tempi si allungano: il recepimento della CSDDD slitta al 2028, con obbligo di conformità entro il 2029. Un orizzonte che consente alle imprese di pianificare, investire e strutturarsi senza l’urgenza continua dell’adempimento.
Dalla compliance alla scelta strategica
A questo punto la domanda è inevitabile: con meno obblighi, la sostenibilità rischia di tornare indietro?
La risposta, per chi guarda al lungo periodo, è no. Semplicemente, cambia la natura della responsabilità.
Per molte imprese, soprattutto le PMI, la sostenibilità non sarà più una risposta a un vincolo normativo diretto, ma una scelta competitiva, reputazionale e di posizionamento.
E questo rende il tema ancora più strategico.
Quando l’obbligo si attenua, emerge la differenza tra chi aveva iniziato a lavorare sulla sostenibilità solo per conformarsi e chi l’ha integrata davvero nel proprio modello di business.
Il pacchetto Omnibus si inserisce in una visione più ampia di politica industriale europea, sollecitata dai rapporti Letta e Draghi: rafforzare la competitività senza rinunciare alla transizione.
In questo contesto, la sostenibilità smette di essere solo un tema regolatorio e torna a essere ciò che dovrebbe sempre essere: una leva di innovazione, di efficienza, di resilienza.
Il ruolo della comunicazione in un contesto semplificato
Con meno obblighi formali, la comunicazione della sostenibilità assume un ruolo ancora più delicato. Non si tratta più di “dover dire”, ma di scegliere cosa dire e come dirlo.
Questo aumenta la responsabilità dei brand. Senza un perimetro normativo stringente, il rischio di dichiarazioni vaghe o opportunistiche cresce. Ma cresce anche l’opportunità di raccontare in modo autentico percorsi reali, progressi concreti, scelte coerenti.
In altre parole, la semplificazione normativa non riduce l’importanza della sostenibilità.
La sposta dal piano dell’obbligo a quello della credibilità.
L’impresa sostenibile chiamata alla prova di maturità
L’accordo su CSRD e CSDDD nell’ambito dell’Omnibus non segna un passo indietro, ma un passaggio di maturità. L’Europa chiede meno carta e più sostanza, meno adempimenti indistinti e più responsabilità proporzionata.
Per le imprese, questo è il momento di fare una scelta chiara: limitarsi a quanto richiesto, oppure usare la sostenibilità come strumento di evoluzione strategica.
Perché in un contesto più semplice, chi continua ad agire lo fa per convinzione.
E questa, oggi, è la differenza che il mercato sa riconoscere.


