Corporate o storytelling? Fallimenti e successi

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6D
Ettore Chiurazzi
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Da quando ci occupiamo di narrazione di impresa siamo sempre più affascinati dalle storie con cui entriamo in contatto. Una delle caratteristiche della narrability per chi si occupa di raccontare le imprese è proprio l’ascolto, ovvero quella che noi chiamiamo comprensione del contesto narrativo in cui “l’eroe” ha generato la sua storia, spesso inconsapevolmente. Quasi sempre sono più interessanti le storie degli insuccessi piuttosto che quelle riferite ad obiettivi raggiunti.

Vi siete mai chiesti il perché? Ciò che conta non sono le storie delle imprese, ma le storie delle persone che quelle stesse storie d‘impresa hanno generato. Il racconto, ha detto Claudio Magris, “ti fa entrare nella pelle degli altri”. La specificità del racconto è di rappresentare l’uomo di fronte agli altri uomini, cioè di creare feedback, che è la capacità del narratore di commuovere chi ascolta e di generare empatia tra i due soggetti.

È per questa ragione che ogni volta che ci accingiamo ad ascoltare una nuova storia di cui dobbiamo occuparci, molto spesso la prima domanda che poniamo al nostro interlocutore imprenditore è: “Ci racconti la tua storia?” e altrettanto spesso ci sentiamo rispondere “Che cosa devo raccontarvi, non ho niente da dire” e ogni volta accade che il tempo fluisce senza accorgersi di avere esplorato i sentimenti più profondi. Quei sentimenti in realtà sono fondamentali per fare in mondo che la marca diventi persona e la sua narrazione sia vera e credibile. Non è il sentimento poetico che ci muove nell’ascolto, ma la certezza che quella fase di ascolto ci farà respirare l’anima dell’impresa. Se questo accade davanti ad un caffè o ad una birra o un bicchiere di vino è generalmente meglio.

In questi giorni abbiamo fatto una nuova tappa di un progetto che Total E&P Italia ci ha commissionato nell’ambito delle azioni di Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI). L’attività prevede incontri tra imprenditori e studenti delle scuole superiori in Basilicata. Ne avevamo già parlato in un post qualche tempo fa. Il trasferimento delle storie degli imprenditori agli studenti ha proprio il compito di fare entrare gli studenti “nella pelle” degli imprenditori. Ogni volta che terminiamo un incontro, che ha modalità conversative, e abbiamo modo di ricevere le impressioni degli studenti quello che registriamo è il grande interesse per il fallimento e la capacità delle persone di rialzarsi.

Molti sanno che nel nostro Paese il fallimento è qualcosa che ti macchia per tutta la vita, mentre nel mondo anglosassone si dice che un imprenditore di successo deve aver avuto almeno tre fallimenti. È molto probabile che il raccontare storie dei fallimenti insegni a cambiare la percezione dell’insuccesso in Italia, cosa per cui sei bollato come un incapace, anziché come uno che ci ha provato.

Cosa ci fa paura più di un insuccesso? La paura stessa di sbagliare. Allora ci pare che raccontare storie di fallimenti sia un utile esercizio di maieutica socratica. Secondo Platone, Socrate si sarebbe comportato come una levatrice, aiutando gli altri a «partorire» la verità: tale metodo consisteva nell’esercizio del dialogo, ossia in domande e risposte tali da spingere l’interlocutore a ricercare dentro di sé la verità. Questa è la ragione per cui quando si discetta di narrazione – o storytelling, visto che va così di moda – mentre alcuni esperti parlano di “costruire storie”, noi parliamo di veridizione.

La forza della narrazione sta nella capacità di dare valore alla verità in quanto essa è inseparabile dal personale coinvolgimento di chi la dice, ovvero, per dirla con Foucault, nella “veridizione” il soggetto si mette in gioco in ciò che dice. È per questo che una verità scomoda ma ben detta è molto più emozionante di una bella “storia costruita” o se preferite di una bugia ben confezionata.

Del resto ricordando Pinocchio:

“Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito, perché ve ne sono di due specie: vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo: la tua per l’appunto è di quelle che hanno il naso lungo”. Carlo Collodi

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